Parma, 26 luglio 2017 – Acqua razionata in almeno 20 Comuni, Regioni pronte a dichiarare lo Stato di calamità, gli agricoltori che stimano 200 milioni di euro di danni: nel caos della caccia alle responsabilità tra Istituzioni e gestori, i cittadini-consumatori pagano il prezzo più alto della crisi idrica. Sono già una ventina i Comuni in cui è stata razionata l’acqua, e certamente c’è da aspettarsi che aumentino i costi dei prodotti di agricoltura e allevamenti, senza considerare che i fondi di solidarietà per chi richiede lo stato di calamità vengono sempre dalle tasche dei contribuenti. Ma non è certo il consumatore il responsabile della scarsità d’acqua che si sta verificando in molte parti d’Italia. Se è vero che un comportamento virtuoso e attento ad evitare sprechi è da incentivare (anche Confconsumatori lo ha fatto), bisogna guardare anzitutto ai dati per arrivare alla radice del problema e prevenirne la ricomparsa.

VERA CALAMITÀ? – Da un lato si aggravano, come ampiamente annunciato, i cambiamenti climatici (specie sulle temperature), i quali non possono che spingere a lavorare con urgenza e lungimiranza alla preservazione della risorsa acqua. Dall’altro lato restano le ormai palesi inefficienze dei sistemi idrici: secondo l’Istat (dati 2015 su 116 Comuni italiani) le perdite idriche reali -differenza immesso/erogato – in troppi casi superano il 60 e 70%. Oltre a questo stride l’invito a chiudere i rubinetti ben sapendo che il consumo civile rappresenta sempre secondo Istat (dati 2012) solo il 20%, mentre il 51% del consumo è relativo all’irrigazione e il 21% all’ambito industriale. Appare chiaro che l’enorme quantità di acqua dispersa in tempi di criticità costituisce gran parte della soluzione del problema stesso. Per quale motivo le criticità del SII su tutto il territorio nazionale, non sono state correttamente affrontate al di fuori della pratica dell’“urgenza” e all’interno di un serio cronoprogramma pubblicamente condiviso? In questo quadro, quale credibilità hanno eventuali richieste di calamità naturale?

CONTROLLI E SANZIONI – L’altro problema da affrontare è quello dei controlli e delle sanzioni: se è corretto penalizzare i cittadini per gli usi impropri dell’acqua potabile (bene primario), deve essere altresì corretto sanzionare anche i Gestori (che peraltro operano per delega dello Stato) i quali, non garantendo la giusta manutenzione della rete, sono causa di dispersione e spreco dell’acqua potabile in cospicua percentuale.

Quindi, a fronte delle iniziative intraprese nei confronti dei consumatori che, lo ricordiamo, provvedono puntualmente al pagamento del servizio idrico e che sono tenuti a un utilizzo sobrio e consapevole delle risorse, Confconsumatori si rivolge al Governo e all’Aeegsi per formulare quattro richieste:

  1. Che, partendo dagli esempi virtuosi che il nostro Paese offre, venga approvato un piano nazionale di investimenti (richiedendo trasferimenti speciali dall’UE) per giungere in breve tempo all’ammodernamento ed efficientamento della rete idrica in tutta Italia verificandone l’attuazione e rendendo puntualmente conto ai cittadini dei fondi investiti, ancora prima di pensare di realizzare nuove grandi opere (nuovi invasi);
  2. Che, si chiariscano quali misure sono state intraprese e si intendono intraprendere in futuro rispetto ai produttori agricoli e alle imprese industriali al fine di contenere gli sprechi d’acqua, anche attraverso l’innovazione tecnologica;
  3. Che vengano poste in essere tutte le necessarie attività di controllo volte ad accertare se le risorse dei cittadini siano state spese o investite secondo le finalità indicate nelle singoli voci delle bollette emesse dai Gestori, ovvero se i vincoli di trasparenza, efficienza, efficacia ed economicità siano stati rispettati;
  4. Che vengano perseguiti con severità allacci abusivi, utilizzi impropri da parte di privati e imprese.