La legge di riforma delle Camere di Commercio, 580/93, ha previsto la facoltà, poi divenuta sostanzialmente obbligo per i successivi interventi legislativi (subfornitura, legge 281/98 ecc..), per le Camere di Commercio, di istituire al loro interno Camere Arbitrali e Camere di Conciliazione per la risoluzione alternativa delle controversie sia tra imprese che tra consumatori ed imprese.

A distanza di 10 anni esatti posso affermare, sulla base della mia diretta esperienza fatta come amministratore camerale, che tali istituti all'interno delle Camere di Commercio sono ancora "tollerati" e non pienamente accettati . Infatti se da un lato ho potuto riscontrare un deciso impegno in capo all'Unione nazionale delle Camere di Commercio ed in alcune Camere di Commercio come quelle di Firenze, Roma e Milano, dall'altro le CCIAA più piccole frenano, inconsapevolmente, il lancio di tali procedure. Se infatti i "macro rappresentanti" del mondo camerale hanno capito in pieno lo spirito della riforma camerale ed hanno intuito la centralità, nelle scelte del legislatore, delle CCIAA quale organo maggiormente deputato ad offrire ai cittadini un servizio per così dire alternativo a quello della Giustizia ordinaria , moltissime Camere di Commercio "provinciali" (molte si sono dotate della Camera di Conciliazione solo quando è divenuta di fatto e di diritto obbligatoria con la legge sulla sub fornitura) stentano a capire l'importanza di questo ruolo, destinando al servizio risorse economiche e logistiche minime.

Altro aspetto importante, a mio avviso, ancora tralasciato dalle Camere di Commercio, è quello della promozione del servizio attraverso la ricerca di un coinvolgimento deciso e decisivo delle associazioni dei consumatori oltre che degli ordini professionali. Molte Camere mantengono ancora in servizio questi organismi solo perché necessari senza però credere in questa essenziale funzione e senza tenere conto dei probabili impegni futuri dovuti alle prospettive de jure condendo nella legislazione ADR italiana. Non scopro nulla di nuovo quando richiamo alla memoria i vari disegni di legge, ancora al vaglio del Parlamento, a partire da quello Mirone sino ad arrivare alla Commissione "Vaccarella", auspicando che queste tematiche vengano inserite nell'annunciata mini riforma del rito civile prevista per il prossimo autunno.

Le Camere già chiamate ad essere gli attori principali delle procedure ADR non hanno ancora risposto all'unisono e, soprattutto a livello provinciale – come già detto-, non si sono dotate di strutture preposte esclusivamente all'arbitrato ed alla conciliazione, continuando a far gestire gli sportelli di conciliazione a personale "prestato" da altri settori organizzativi. A questo si deve l'ancora scarsa affermazione della conciliazione camerale la quale, essendo una procedura amministrata da un'ente pubblico, terzo rispetto alle parti, è la forma invece più appetibile per i cittadini italiani, ai quali è offerta un'alternativa credibile alla Giustizia ordinaria perché dotata di quelle garanzie di imparzialità che spesso mancano, e che psicologicamente le parti in conflitto ricercano prima di attribuire la risoluzione della vertenza ad un privato (sia esso arbitro o mero compositore) anziché al Magistrato.

Quindi, nonostante i pressanti sforzi fatti da Unioncamere anche attraverso i contributi del fondo perequativo, ad oggi mi risultano che molte Camere non hanno nei loro bilanci autonomi capitoli di spesa destinati al funzionamento ed alla promozione della conciliazione e delle procedure arbitrali. Inoltre altro aspetto significativo da ricordare è che la stragrande maggioranza delle Camere di Commercio (al contrario del Ministero di riferimento) non hanno raggruppato le funzioni di regolazioni del mercato sotto un'area omogenea assegnandola alla responsabilità di un Dirigente, bensì continuano ad esercitare – talvolta a non esercitare – queste funzioni in modo casuale e spesso confusionario. Non è che questa carenza sia oggettivamente grave, ma denota senza dubbio una ridotta sensibilità ed un disimpegno, in generale, degli amministratori camerali in queste "nuove" funzioni che invece dovrebbero rappresentare il futuro dei loro enti .

Sempre ad avviso di chi vi parla lo spirito della legge di riforma delle CCIAA, ancora non capito appieno da molti amministratori, non è quello di istituire un ulteriore ente che elargisca provvidenze o finanziamenti per lo sviluppo economico spicciolo delle varie realtà locali (molte Camere di provincia hanno dei bilanci così modesti da non poter assolutamente incidere sul sistema socio economico della loro provincia), bensì quello di creare un ente "barometro" – consentitemi l'espressione- del mercato locale capace di indirizzarlo attraverso la sintesi dei rapporti tra clienti (consumatori) ed imprese nonché tra lavoratori (sindacati) e datori di lavoro . In quest'ottica ecco lo spirito dei commi 4 e 5 dell'articolo 2 della legge 580/93, ed ecco perché le CCIAA si possono, anzi si dovrebbero (perché l'articolo 5 è rimasto lettera morta) costituire parti civili nei processi penali per reati contro l'economia pubblica, l'industria ed il commercio, nonché dovrebbero promuovere le azioni necessarie per la repressione della concorrenza sleale; così come hanno titolo, o meglio avrebbero, per segnalare alla competente authority le pubblicità ingannevoli che vanno a detrimento dei consumatori e delle imprese. Se mi permettete un termine improprio, il legislatore ha tentato e tenta di disegnare una Camera di Commerico come una piccola Authority locale.

Il fatto dunque che nonostante gli sforzi economici nazionali la conciliazione camerale non sia ancora decollata, anche se ad onor del vero le cifre aumentano anno dopo anno, lo si deve – oltre alla consueta riottisità dell'italiano medio e di una classe forense ancora poco sensibile per certi aspetti – anche al totale impegno ancora non profuso dalle camere stesse.

Chi vi parla proviene da una Camera "provinciale" che ha raggiunto numeri relativamente importanti per la conciliazione, ma che ancora rappresentano un "granello di sabbia" rispetto alla mole di contenzioso che pende nelle aule di giustizia grossetane. Allora se il sistema camerale ci crede, se le imprese iniziano a ravvisare la necessità di chiudere il contenzioso in tempi accettabili ed a costi limitati, quale può essere la ricetta per far decollare la conciliazione? Senza dubbio quello della conciliazione amministrata dalle Camere è un sistema affidabile, che proprio all'interno delle camere deve trovare gli sforzi necessari per affermarsi. La via della conciliazione obbligatoria non è assolutamente percorribile perché abbiamo visto i risultati delle procedure conciliative nel rito del lavoro od in quello agrario. Le molte transazioni si verificano sì dinanzi alle commissioni delle direzioni provinciali del lavoro, ma poche si verificano grazie ad una reale mediazione della commissione di conciliazione; la maggior parte degli accordi trova nello "step" necessario della conciliazione, quale barriera d'accesso al Giudice, solo il motivo della trattativa e non il merito della finale negoziazione. Quello che al contrario potrebbe far decollare la conciliazione camerale è un'impegno in termini economici e logistici delle stesse camere finalizzato ad un servizio di qualità e ad una promozione mirata, innanzitutto coinvolgendo maggiormente il mondo consumeristico, ormai propenso benevolmente, istituzionalizzando ad esempio la rappresentanza delle associazioni di consumatori, quali assistenti tecnici, dei cittadini-utenti che accedono alla procedura. D'altro canto poi le Camere sono il soggetto più qualificato per far capire agli imprenditori che devono, perché vantaggiose moralmente ed economicamente, aderire alle procedure che vengono attivate nei loro confronti e scoraggiare quei comportamenti illogici, che spesso si verificano almeno nei piccoli centri, e che vedono il piccolo imprenditore, commerciante, artigiano od altro non prendere parte al tentativo di conciliazione deferitogli dal cliente insoddisfatto. In questo versante, se da un lato molte Camere importanti stanno portando avanti una capillare opera di sensibilizzazione attraverso convegni, seminari, comunicati stampa ed altro, molte altre Camere per così dire minori, che non si dotano annualmente di apposite previsioni di spesa, organizzano poco o niente.

Altro aspetto importante è quello dei costi. Non vorrei apparire campanilista ma a Grosseto stiamo sperimentando, dal febbraio di quest'anno, una conciliazione a costo zero per le controversie tra imprese e consumatori in forza di un protocollo siglato dalle associazioni consumeristiche presenti sul territorio con la locale CCIAA. L'assoluta gratuità del servizio per diversi anni potrebbe avvicinare la "massa" alla conciliazione e, una volta assimilata nei nostri costumi, anche eventuali costi, purchè minimi, non ne scoraggerebbero più l'accesso.