Tra i numerosi effetti negativi della pandemia e del lockdown della primavera del 2020, come noto, vi è stato un blocco quasi completo del traffico aereo (e non solo). Molti viaggiatori, impossibilitati a partire, chiedevano alle compagnie aeree o alle agenzie di viaggio il rimborso del costo dei biglietti o dei pacchetti in precedenza acquistati, vedendosi per lo più offerto un voucher della validità di un anno.

In principio fu il Decreto “Cura Italia” (D.L. 17 marzo 2020, n. 18) che all’art. 88-bis prevedeva la facoltà per gli operatori del settore turistico di emettere un voucher – in luogo del rimborso – per “ristorare” viaggi, voli e hotel cancellati per circostanze eccezionali e situazioni soggettive connesse con l’emergenza da Covid-19. Facoltà di cui gli operatori si sono abbondantemente avvalsi: il voucher aveva una durata piuttosto lunga, non poteva essere speso a breve (visto il blocco dei viaggi) ed era uno strumento che permetteva di far fronte a comprensibili situazioni di illiquidità del settore. D’altro canto, il meccanismo previsto dal DL risultava “giugulatorio” per il viaggiatore, il cui consenso non era richiesto e che si vedeva “imporre” questo buono in luogo del rimborso di quanto pagato. Venne poi il DL 16 maggio 2020, n. 33, che pose fine al lockdown e stabilì un progressivo calendario delle riaperture. A seguito di questo decreto, a decorrere dal 3 giugno 2020 la situazione si sbloccò e non fu più possibile agli operatori emettere i voucher in luogo del rimborso. Con riguardo a quelli già emessi, proseguirono i problemi. Dapprima la Commissione europea, evidenziò che i viaggiatori non potevano essere privati del diritto al rimborso in denaro e il 2 luglio aprì una procedura di infrazione a carico dell’Italia, conclusasi sul presupposto – non condivisibile – che l’Italia, con le modifiche di legge, era tornata in linea con le norme europee. Anche l’Antitrust ha inviato una propria segnalazione al Parlamento e al Governo, per evidenziare che l’articolo 88-bis si poneva in contrasto con la normativa europea, che prevede il diritto del consumatore ad ottenere un rimborso integrale. A questo punto, in sede di conversione del “Decreto Rilancio” la legge 17 luglio 2020 n. 77 prolungava da 12 a 18 mesi il periodo di validità dei voucher sostitutivi e stabiliva che, decorsi 12 mesi dall’emissione del “buono” e, in caso di mancato utilizzo, fosse comunque possibile chiedere alla compagnia il rimborso. Di recente il decreto Sostegni del 2021, ha inflitto un ulteriore colpo ai diritti dei consumatori, estendendo a due anni la validità dei voucher emessi per i pacchetti turistici e a ben tre anni quelli emessi a seguito dell’annullamento degli spettacoli dal vivo.

È stato inoltre aggiunta la possibilità che, qualora il servizio o il pacchetto turistico fossero stati acquistati tramite agenzia di viaggio, con il consenso delle parti il voucher del consumatore possa essere ceduto all’agenzia stessa. Sembrerebbe, dunque, che ciò rappresenti un’ulteriore possibilità di rimborso anticipato, ma non è chiaro in che termini e a quali condizioni tale cessione possa essere effettuata. Ad ogni buon conto è bene ricordare che per i titoli di viaggi (biglietti di trasporto aereo, ferroviario e marittimo) rimane sempre valida la possibilità di ottenere il rimborso monetario dopo 12 mesi dall’emissione dei voucher, molti dei quali quindi già scaduti o in scadenza.

Si consiglia di prestare molta attenzione dal momento che di recente alcune compagnie emittenti i biglietti oppure alcune agenzie tendono a persuadere il consumatore a rinnovare il voucher, prorogandone la scadenza, o in alternativa ad acquistare un nuovo biglietto, un tanto per evitare il rimborso in denaro. Analoga situazione per i pacchetti turistici, i cui voucher, originariamente di 12 mesi, sono ora stati automaticamente prorogati a 24. Qualora si volesse utilizzare questi voucher per acquistare una vacanza per una diversa destinazione, ricordiamo che ciò è sempre possibile, non essendoci il vincolo alla meta originaria.