Continuano le vittorie dei consumatori in materia di time -sharing. Anche il Tribunale di Parma, con sentenza n. 1249/08 del 10.7.08 (clicca QUI per leggere il testo della sentenza), si è infatti uniformato ad un orientamento, che ormai si sta consolidando[1], dichiarando la nullità del contratto avente ad oggetto l’acquisto di un diritto di godimento a tempo parziale di un bene immobile in una località di mare e di quello di concessione di credito.

Per comprendere l’esattezza della decisione, converrà ricordare i fatti – fatti purtroppo sempre uguali o comunque simili.

Gli attori, entrambi operai, sono tra i tanti, troppi consumatori che ogni giorno vengono invitati da rappresentanti di società praticanti quelle operazioni commerciali – ossia la vendita di multiproprietà affiliate a circuiti di scambio –normalmente con sede nel padovano e nel torinese. Ed anche a loro è accaduto quanto si è verificato per diverse persone.

Per la precisione, i nostri consumatori erano stati invitati nel novembre 2001 dai rappresentanti di una di quelle società a recarsi presso un hotel di Parma in quanto sorteggiati per una vacanza gratuita di una settimana. È poi accaduto che, arrivati il giorno fissato nel luogo indicato, sia stata presentata loro e alle altre numerose persone, lì invitate per lo stesso motivo, in una sala con diversi tavoli e musica a volume sostenuto, la seguente offerta: la possibilità di effettuare ogni anno una vacanza di una settimana con una spesa di circa £. 2.000.000 (oggi € 1.032,91), con l’acquisto dopo 10 anni del diritto perpetuo di soggiorno nei centri turistici del “Club La Costa Destinations Club”.

È inoltre accaduto che successivamente, dopo ch’essi avevano sottoscritto una vera e propria proposta contrattuale senza che la cosa fosse stata chiarita loro, si fossero recati presso la loro abitazione due rappresentanti della società, convincendoli a firmare i documenti presentati loro, unitamente ad una richiesta di finanziamento, con la falsa dichiarazione che avrebbero potuto anche cedere il certificato d’iscrizione alla stessa.

Gli attori venivano pure indotti a consegnare, nonostante il divieto posto dall’art. 6 d.lgs. n. 427/98 (divieto di acconti) e sanzionato dal successivo art. 12 (oggi artt. 74 e 81 Codice del consumo), tre cambiali, una di £. 700.000 con scadenza al 31.10.02, le altre due di £ 600.000 con scadenza al 31.8 e al 30.9.02; cambiali, da notare, delle quali gli attori non erano ovviamente in possesso, ma di cui i rappresentanti della società  erano muniti in abbondanza.

Ciò detto, se questi sono i fatti, bene ha fatto il Tribunale di Parma a dichiarare la nullità del contratto per radicale indeterminatezza e indeterminabilità dell’oggetto a norma degli artt. 1346 e 1418, comma 2, c.c. Nei documenti consegnati agli acquirenti, come sempre è in questi casi, non era invero in alcun modo specificato cosa mai essi avessero acquistato, non essendo certo sufficiente per la determinazione dell’oggetto una generico riferimento all’iscrizione ad un Club senza alcuna specificazione al tipo di associazione alla quali gli attori avrebbero aderito. Mancava, inoltre, la durata del contratto, con l’effetto che non era ed è chiaro a quante settimane di soggiorno aveva diritto la coppia.

Parimenti esatto il rilievo del Tribunale, per il quale la “mancanza del termine dovrebbe comportare la perpetuità del diritto di soggiorno annuale, quando invece nel contratto si faceva riferimento  al 2067 quale anno entro il quale la società fiduciaria avrebbe garantito il godimento”.

Per il giudice è poi chiaro ciò che sempre avviene in questi casi: l’assoluta indisponibilità dei posti. La stessa infatti, a dire del Tribunale, risulta altamente probabile se si considera che, secondo quanto indicato nel catalogo, il Club era costituito da 27.000 membri e che la recettività delle ventisei strutture menzionate era pari a poco più di cento fra monolocali, appartamenti e stanze d’albergo”. Il contratto non conteneva, inoltre, alcuna previsione in merito a tale ipotesi, con l’effetto, sempre così si legge in sentenza, “che gli acquirenti sarebbero stati dirottati verso i ben più modesti residence del circuito RCI cui si fa riferimento nel contratto”.

Quella che si commenta è, così, la prima decisione nella quale emergono con chiarezza gli effetti delle tanto pubblicizzate multiproprietà: l’acquisto di un diritto di godimento, non si sa dove,  praticamente inesercitabile a causa dell’esiguo numero dei posti occupabili in confronto a quello, per contro eccessivo, dei multiproprietari.

Ma l’annotata sentenza merita un commento soprattutto perché è una delle prime[2] ad aver riconosciuto la ricorrenza di un collegamento negoziale tra il contratto d’acquisto e quello di finanziamento. Il medesimo risulterebbe dalle seguenti circostanze:

a)                               la società finanziaria si è avvalsa della organizzazione della venditrice per reperire i potenziali clienti e per proporre agli acquirenti un “pacchetto unico”, dove la proposta di un pagamento rateizzato rendeva più facile e appetibile l’operazione;

b)                               gli incaricati della società venditrice hanno anche agito quali incaricati della finanziaria;

c)                               i modelli contrattuali erano, all’evidenza, stati predisposti congiuntamente dalle due società, come dimostrato dalle condizioni generali di contratto contenute negli stessi;

d)                               i mutuatari si sono impegnati a non trasferire il bene acquistato fino al rimborso del finanziamento.

Una volta riconosciuta tale figura ovvio il tacito richiamo al costante orientamento giurisprudenziale, secondo cui “Nel caso di negozi collegati, il collegamento deve ritenersi meramente occasionale quando le singole dichiarazioni, strutturalmente e funzionalmente autonome, siano solo casualmente riunite, mantenendo l’individualità propria di ciascun tipo negoziale in cui esse si inquadrano, sicché la loro unione non influenza la disciplina dei singoli negozi in cui si sostanziano; il collegamento è, invece, funzionale quando i diversi e distinti negozi, cui le parti diano vita nell’esercizio della loro autonomia negoziale, pur conservando l’individualità propria di ciascun tipo, vengono tuttavia concepiti e voluti come avvinti teleologicamente da un nesso di reciproca interdipendenza, per cui le vicende dell’uno debbano ripercuotersi sull’altro, condizionandone la validità e l’efficacia”[1]. E non vi è dubbio che nella specie vi fosse proprio, sulla base della già citate considerazioni del Tribunale, un collegamento funzionale; tant’è  che, come è stato detto da altro giudice[2] occupatosi della questione, potrebbe persino ritenersi sussistente un vero e proprio mutuo di scopo, “nel senso che l’acquisto del certificato di associazione è entrato nello schema del contratto di finanziamento”.

Il che, come detto, trova inoltre ampia conferma nei rilievi del Tribunale, rilievi comprovati dalla circostanza che gli operatori delle società alienanti sono sempre in possesso della necessaria modulistica già predisposta dagli enti finanziatori. Siamo, in altre parole, al cospetto di una fattispecie unitaria tra mutuo e compravendita, come dimostrato dal fatto che in questi casi della somma mutuata beneficia direttamente il venditore e non il mutuatario. Fattispecie unitaria, nella quale è incontestabile il collegamento negoziale, che comporta secondo la giurisprudenza[3] che la nullità dell’uno si ripercuota inevitabilmente sull’altro.

Il collegamento tra il contratto di vendita e quello di finanziamento emerge, del resto, a chiare lettere dall’art. 77 Codice del consumo, a norma del quale dal recesso dal primo consegue la risoluzione di diritto del secondo. Tale disposizione rende, infatti, evidente come la connessione tra i due negozi non sia meramente occasionale, essendo l’efficacia dell’uno subordinata alla sopravvivenza dell’altro. 

La giurisprudenza, dopo diverse perplessità[4], si è così finalmente uniformata ai nostri rilievi[5], rilievi già evidenti in decisioni arbitrali[6] . Ed era ora che così fosse perché numerosi, numerosissimi sono i contratti di acquisto di multiproprietà di villaggi turistici siti alle Canarie fatti sottoscrivere ai consumatori unitamente a quelli di finanziamento. Contratti, questi ultimi, da considerarsi nulli quando lo sono, come spesso accade, i primi.

avv. Giovanni Franchi – Confconsumatori Parma


[1]  V. Trib. Trieste 3 luglio 2007 con nota di Franchi, Nullità del contratto di time-sharing, contratto di finanziamento e collegamento funzionale in sito Agit 2007. Cfr. anche Trib. Verona 29 gennaio 2007 e Trib. Trieste 17 settembre 2007 entrambe citate da Franchi – Carbone, in Codice del consumo. Commentario del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 a cura di Tripodi-Belli,  Santarcangelo di Romagna 2008, 449.

[2] V. Trib. Trieste 3 luglio 2007, Trib. Verona 29 gennaio 2007 e Trib. Triete 17 settembre 2007 citate ala nota 1

[3] Cass. 27 marzo 2007 n. 7524

[4] Trib.  Verona  6 febbraio 2007 inedita.

[5] Cfr. tra le tante App. Milano, 13 ottobre 2004, in Giur. merito 2005, 12 2618, secondo cui “II collegamento negoziale tra un mutuo di scopo ed una compravendita, ravvisabile nel fatto che la somma concessa in mutuo viene destinata al pagamento del prezzo, implica che, venendo meno la compravendita, il mutuo stesso non ha più ragion d’essere; in tal caso grava sul venditore, che ha ricevuto la somma mutuata, l’obbligo di restituirla al mutuante, non già sul mutuatario.

[6] Trib. Parma 15 giugno 2005 n. 1011 ined.

[7] Franchi-Carbone, Il connesso contratto di concessione di credito, in Codice del consumo, Commentario del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 a cura di Tripodi-Belli, 387 

[8] Collegio arbitrale 18 luglio 1995, in Notariato, 1996, 33.