Continuano le vittorie dei consumatori in materia di time-sharing. Anche il Tribunale di Parma, prima con la sentenza n. 1249/08 del 10.7.08, oggi con la n. 171/09 del 15.1.09 che qui si commenta, si è infatti uniformato ad un orientamento ormai consolidato, dichiarando la nullità del contratto avente ad oggetto l’acquisto di un diritto di godimento a tempo parziale di un bene immobile in una località di mare e di quello di concessione di credito.   Per comprendere l’esattezza della decisione, converrà ricordare i fatti – purtroppo sempre uguali o comunque simili.

Gli attori sono tra i tanti, troppi, consumatori che ogni giorno vengono invitati da rappresentanti di società praticanti quelle operazioni commerciali – ossia la vendita di multiproprietà affiliate a circuiti di scambio – aventi normalmente sede nel padovano e nel torinese. Ed anche a loro è accaduto quanto si è verificato per diverse persone.   Per la precisione, i nostri consumatori erano stati invitati, nel novembre 2001, dai rappresentanti di una di quelle società a recarsi presso un hotel in prossimità di Parma, in quanto sorteggiati per una vacanza gratuita di una settimana. È poi accaduto che, arrivati il giorno fissato nel luogo indicato, sia stata presentata loro e alle altre numerose persone, invitate per lo stesso motivo, la seguente offerta: la possibilità di effettuare ogni anno una vacanza di una settimana con una spesa di circa £. 2.000.000 (oggi € 1.032,91), con l’acquisto, dopo 10 anni, del diritto perpetuo di soggiorno nei centri turistici del “Club La Costa Destinations Club”.   È inoltre accaduto che successivamente, dopo che essi avevano sottoscritto una vera e propria proposta contrattuale senza che la cosa fosse stata chiarita loro, si fosse recato presso la loro abitazione un rappresentante della società, convincendoli a firmare i documenti, unitamente ad una richiesta di finanziamento, con la falsa dichiarazione che avrebbero potuto anche cedere il certificato d’iscrizione.   I consumatori venivano pure indotti a consegnare, nonostante il divieto posto dall’art. 6 d.lgs. n. 427/98 (divieto di acconti) e sanzionato dal successivo art. 12 (oggi artt. 74 e 81 Codice del consumo), un assegno di £. 1.900.000, pari a € 981,27.   Ciò detto, se questi sono i fatti, bene ha fatto il Tribunale di Parma a dichiarare la nullità del contratto per radicale indeterminatezza e indeterminabilità dell’oggetto a norma degli artt. 1346 e 1418, comma 2, c.c.

Nei documenti consegnati agli acquirenti, come sempre è in questi casi, non era in alcun modo specificato cosa mai essi avessero acquistato . Secondo il Tribunale la stessa intestazione dell’atto, definito “Certificato di associazione”, sembra identificare l’oggetto della compravendita in un diritto di partecipazione ad un’associazione, incorporato in un titolo trasferibile. Ma, sempre per il giudice, non è precisato “ se si tratti della partecipazione ad una persona giuridica, a un ente di fatto, ad un fondo, a un patrimonio separato, a una società commerciale, limitandosi il contratto a stabilire che la società new travel vende “Certificati di associazione” del “Complesso turistico residenziale denominato Club La Costa” senza assolutamente precisare il tipo di titolo venduto e la natura della assiociazione” a cui fa rife rimento”.

Mancava, inoltre, la durata del contratto , con l’effetto che non era ed è chiaro a quante settimane di soggiorno avesse diritto la coppia.

Parimenti esatto il rilievo del Tribunale, per il quale la “mancanza del termine dovrebbe comportare la perpetuità del diritto di soggiorno annuale. Nello stesso contratto, però, si fa riferimento  al 2067 quale data di durata dell’ente fiduciario F.N.C.T. (First National Trustee Company Limited) che avrebbe garantito l’utilizzazione ed accesso nei centri vancanze”.

Ma per l’adìto giudice il negozio in questione era ed è nullo anche per altri motivi.

Il medesimo non contiene, infatti,  la maggior parte degli elementi richiesti a pena di nullità dall’art. 3 d.lgs. cit. (oggi art. 71 Codice del consumo) ed in particolare “ il periodo di tempo durante il quale può essere esercitato il diritto oggetto del contratto e la data a partire dalla quale l’acquirente può esercitare tale diritto”, non essendo sufficiente limitarsi a parlare, come nella specie, di "periodo rosso ".    Da qui, come si diceva, la nullità del negozio, trattandosi di elementi richiesti dal decreto legislativo citato, sotto pena di nullità. Invero, come è stato esattamente osservato dalla dottrina, siamo al cospetto di requisiti che il contratto deve avere ai fini della sua validità a migliorare tutela della posizione dell’acquirente.

Del resto, secondo la giurisprudenza prevalente (Trib. Firenze 2 aprile 2000. In questo senso anche Trib. Verona 5 ottobre 2007; Trib. Trieste 27 settembre 2007 e Trib. Parma n. 1249/08): “ La totale assenza di tutti tali elementi non può determinare, come ritenuto invece dal Tribunale di Parma, con la pronuncia del 14 luglio 2003 (allo stato inedita), solo la facoltà di recesso dell’acquirente, ma come ritenuto anche dal Tribunale di Roma, con l’ordinanza del 22 luglio 2003, leggibile nella rivista "I contratti, 2004, pg. 294", anche la radicale nullità del contratto. E’ vero, infatti, che il decreto legislativo n° 427 del 1998 sanziona con la nullità solo la carenza della forma scritta, ma “l’omessa indicazione va parificata, quoad effectum, all’indicazione incompleta, circonvoluta o incomprensibile”. L’obbligo della forma scritta è rivolta ad assicurare all’acquirente una piena consapevolezza del proprio operato, tale onere di forma non è rispettato quando nella scrittura non siano adoperati termini o frasi che siano chiaramente intelligibili ”.   Per il Tribunale di Firenze, come per quelli di Roma, Verona, Trieste ed ormai anche quello di Parma, che finalmente è andato contro se stesso, il contratto deve ritenersi nullo non soltanto quando sia stato stipulato oralmente, ma anche nel caso in cui non contenga quanto prescritto dalla legge, perché il consumatore possa sapere cosa “compra”  e in quali giorni potrà esercitare il suo diritto.   Ma l’annotata sentenza merita un commento soprattutto perché è una delle prime (V. Trib. Trieste 3 luglio 2007, Trib. Verona 29 gennaio 2007 e Trib. Trieste 17 settembre 2007 citate ala nota 1 e Trib. Parma n. 1249/08)   ad aver riconosciuto la ricorrenza di un collegamento negoziale tra il contratto d’acquisto e quello di finanziamento . La ricorrenza del collegamento emergerebbe dal fatto che “ il finanziamento è stato infatti prospettato sin dall’inizio come un contratto connesso all’acquisto e idoneo a consentire all’acquirente una diversa e immediatamente proficua utilizzazione del bene . La locazione finanziaria è stata un mezzo necessario e previsto dal contratto di vendita per il pagamento del “certificato di associazione” tanto da potersi ritenere avvinta al primo dall’inizio e preordinato scopo di realizzare la vendita di quel certificato, rendendo agevole quest’ultimo proprio mediante la sottoscrizione  del modulo di finanziamento concernente l’espresso riferimento  alla tipologia del timesharing ossia ad elementi specificamente propri del contratto di vendita, modulo che poi lo stesso incaricato della New Travel ha fatto sottoscrivere come se fosse lui stesso il rappresentante di un’unica parte contrattuale ”.

Per il Tribunale siamo, in altre parole, al cospetto del c.d. collegamento funzionale che, seguendo l’indirizzo della Suprema Corte (Cass. n. 7524/07),  ricorre quando  “ i diversi e distinti negozi, cui le parti diano vita nell’esercizio della loro autonomia negoziale, pur conservando l’individualità propria di ciascun tipo, vengono tuttavia concepiti e voluti come avvinti teleologicamente da un nesso di reciproca interdipendenza, per cui le vicende dell’uno debbano ripercuotersi sull’altro, condizionandone la validità e l’efficacia ”, e si distingue da quello occasionale, che invece si ha “ quando le singole dichiarazioni, strutturalmente e funzionalmente autonome, siano solo casualmente riunite, mantenendo l’individualità propria di ciascun tipo negoziale in cui esse si inquadrano, sicché la loro unione non influenza la disciplina dei singoli negozi in cui si sostanziano ”.

La sussistenza del collegamento funzionale, del resto, è confermata da circostanze incontestabili, quali il fatto che gli operatori delle società alienanti sono sempre in possesso della necessaria modulistica già predisposta dagli enti finanziatori. Siamo, insomma, di fronte ad  una fattispecie unitaria tra mutuo e compravendita , come dimostrato dal fatto che in questi casi della somma mutuata beneficia direttamente il venditore e non il mutuatario. Fattispecie unitaria, nella quale è incontestabile il collegamento negoziale, comportante, secondo la giurisprudenza (Cfr. tra le tante App. Milano, 13 ottobre 2004, in Giur. merito 2005, 12 2618, secondo cui “Il collegamento negoziale tra un mutuo di scopo ed una compravendita, ravvisabile nel fatto che la somma concessa in mutuo viene destinata al pagamento del prezzo, implica che, venendo meno la compravendita, il mutuo stesso non ha più ragion d’essere; in tal caso grava sul venditore, che ha ricevuto la somma mutuata, l’obbligo di restituirla al mutuante, non già sul mutuatario), che la nullità dell’uno si ripercuota inevitabilmente sull’altro.

Il collegamento tra il contratto di vendita e quello di finanziamento emerge, del resto, a chiare lettere dall’art. 77 Codice del consumo, a norma del quale dal recesso dal primo consegue la risoluzione di diritto del secondo. Tale disposizione rende, infatti, evidente come la connessione tra i due negozi non sia meramente occasionale, essendo l’efficacia dell’uno subordinata alla sopravvivenza dell’altro. 

La giurisprudenza, dopo diverse perplessità (Trib. Parma 15 giugno 2005 n. 1011 ined.), si è così ormai finalmente uniformata ai nostri rilievi (Franchi-Carbone, Il connesso contratto di concessione di credito, in Codice del consumo, Commentario del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 a cura di Tripodi-Belli, 387), già evidenti in decisioni arbitrali (Collegio arbitrale 18 luglio 1995, in Notariato, 1996, 33). Ed era ora che così fosse perché numerosi, numerosissimi, sono i contratti di acquisto di multiproprietà di villaggi turistici siti alle Canarie fatti sottoscrivere ai consumatori unitamente a quelli di finanziamento. Contratti, questi ultimi, da considerarsi nulli quando lo sono, come spesso accade, i primi.

La sentenza del Tribunale di Parma dovrà, infine, essere ricordata perché è la prima ad aver condannato la finanziaria alla restituzione di quanto versato dai consumatori in pagamento dell’importo da loro ratealmente dovuto, che era stato integralmente corrisposto alla società intermediaria . Sappiano così i consumatori, acquirenti di time-sharing, che oltre ad essere liberati dei loro debiti, potranno anche chiedere la restituzione di quanto pagato alla finanziaria!

avv. Giovanni Franchi – legale Confconsumatori Parma

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