Parma, 16 dicembre 2010 – Ancora una significativa vittoria dei legali Confconsumatori in materia di multiproprietà . Questa volta è stata la Corte d’appello di Bologna, con sentenza n. 1209/10, a dichiarare la nullità del contratto di acquisto di una multiproprietà, sottoscritto da una copia di associati Confconsumatori.

La Corte ha accertato la nullità del contratto , avente ad oggetto l’acquisto del diritto esclusivo di occupazione in sistema fluttuante Trust nei complessi turistico-immobiliari di certo Club La Costa   “ nel periodo di codice rosso di stagione Alta… ” a causa della sua assoluta indeterminatezza . Secondo il giudice, la stessa  discende dalla mancata indicazione del “ periodo di tempo durante il quale può essere esercitato il diritto oggetto del contratto e la data a partire dalla quale l’acquirente può esercitare tale diritto ”, non essendo sufficiente limitarsi a parlare, come nella specie, di periodo rosso.

È stata così ribaltata una precedenza sentenza del Tribunale di Parma , che aveva invece ritenuto assolutamente infondata la richiesta di nullità per indeterminatezza dell’oggetto, perché il medesimo, seppur non determinato era, a suo parere, certamente determinabile sulla base della documentazione consegnata agli acquirenti.

Confconsumatori, ormai da anni critica nei confronti nel sistema di  queste operazioni di cosiddetto timesharing – segnala che peraltro la società venditrice è stata dichiarata fallita, con l’effetto che i consumatori non potranno recuperare né la somma versata per l’acquisto, né le spese giudiziali corrisposte in esecuzione della sentenza di primo grado.

La sentenza, secondo l’avv. Giovanni Franchi, il legale Confconsumatori che ha difeso nel giudizio d’appello la coppia insieme all’avv. Manes Bernardini, “ conferma l’orientamento giurisprudenziale espresso da diverse altre sentenze dei Tribunali di Trieste, di Verona e persino di Parma, che in seguito ha mutato il proprio giudizio, per le quali il contratto di acquisto di queste multiprietà è nullo a causa della indeterminatezza dell’oggetto, non bastando specificare che l’acquirente potrà utilizzare il bene nel periodo rosso, dovendosi invece indicare con chiarezza i giorni destinati all’utilizzo . Il fatto che la società venditrice sia fallita e sia passato tanto tempo dall’inizio del giudizio (maggio 2002) comporta – sempre per l’avv. Franchi – che i consumatori abbiano motivo per chiedere l’indennizzo allo Stato secondo quanto previsto dalla legge Pinto (legge n. 89/2001) ”.

Scarica la sentenza cliccando QUI . CONSUMATORI E SOCIETA’ DI TIME-SHARING

Ormai le vittorie dei consumatori in materia di time-sharing non si contano più.  Questa volta è stata la Corte d’appello di Bologna, con sentenza n. 1209/10 del 25 ottobre 2010, ad uniformarsi ad un orientamento ormai consolidato1, riformando una vecchia sentenza del Tribunale di Parma e dichiarando la nullità del contratto avente ad oggetto l’acquisto di un diritto di godimento a tempo parziale di un bene immobile in una località di mare .   Per comprendere l’esattezza della decisione, converrà ricordare i fatti – fatti purtroppo sempre uguali o comunque simili.

Gli appellanti, entrambi parrucchieri, sono tra i tanti, troppi consumatori che ogni giorno vengono invitati da rappresentanti di società praticanti quelle operazioni commerciali – ossia la vendita di multiproprietà affiliate a circuiti di scambio – aventi normalmente sede nel padovano e nel torinese . Ed anche a loro è accaduto quanto si è verificato per diverse persone.   Per la precisione, i nostri consumatori erano stati invitati nel maggio 2001 dai rappresentanti di una di quelle società a recarsi presso un hotel di un paese in prossimità di Parma in quanto sorteggiati per una vacanza gratuita di una settimana.

È poi accaduto che, arrivati il giorno fissato nel luogo indicato, sia stata presentata loro e alle altre numerose persone, lì invitate per lo stesso motivo, in una sala con diversi tavoli e musica a volume sostenuto, la seguente offerta: la possibilità di effettuare ogni anno una vacanza di una settimana con una spesa di circa £. 2.000.000 (oggi € 1.032,91), con l’acquisto dopo 10 anni del diritto perpetuo di soggiorno nei centri turistici del “Club La Costa Destinations Club”.  

È inoltre accaduto che successivamente, dopo ch’essi avevano sottoscritto una vera e propria proposta contrattuale senza che la cosa fosse stata chiarita loro, si fosse recato presso la loro abitazione un rappresentante della società, dicendo ch’essi, in realtà, avevano firmato una proposta d’acquisto, che, tuttavia, avrebbero potuto provvedere al pagamento con un finanziamento di una società finanziaria collegata . È così successo che i due coniugi, senza neppure leggerli, abbiamo firmato i documenti presentati loro, impegnandosi a pagare la complessiva somma di £. 19.900.000= (€. 10.277,49=),  mediante una richiesta di prestito a detta finanziaria. Qualche giorno dopo veniva, peraltro, comunicato loro il mancato perfezionamento del relativo negozio, con l’effetto ch’essi, i quali già avevano versato un acconto con un assegno postdatato al 16.6.01 – assegno che era stato incassato, nonostante il divieto posto a carico del venditore dall’art. 6 d.lgs. n. 427/98  e sanzionato dal successivo art. 12 –, essendo ormai tenuti al saldo,  provvedevano al medesimo con l’emissione di diverse cambiali da £. 1.500.000.

Dopo di che essi si rendevano conto di non avere, in realtà, acquistato. Ogni volta che chiamavano per prenotare la loro settimana, veniva detto loro che non c’erano posti disponibili e che tutti i locali erano occupati . E si vedevano costretti ad agire nei confronti della società venditrice allo scopo di ottenere la declaratoria di nullità del contratto d’acquisto e la restituzione dell’importo da loro versato. Il Tribunale di Parma con sentenza n. 621/05 in data 22.4/23.5.05 respingeva, peraltro, la  loro domanda e li condannava alla rifusione delle spese di lite, spese oltretutto piuttosto ingenti.

Secondo il giudice di prime cure assolutamente infondata deve ritenersi la richiesta di nullità per indeterminatezza dell’oggetto, perché – a parere del giudicante – l’oggetto del contratto inter partes, se non è determinato, è in ogni caso certamente determinabile sulla base della documentazione consegnata agli acquirenti.

Diverso il parere della Corte della Corte d’appello . Ciò non solo perché nel frattempo la società venditrice era fallita e quindi rimasta contumace , con conseguente mancato deposito da parte sua del fascicolo di parte contente quel documento. Per il giudice del gravame  la nullità del contratto per radicale indeterminatezza e indeterminabilità dell’oggetto a norma degli artt. 1346 e 1418, comma 2, c.c. discende dalla mancata indicazione del “ periodo di tempo durante il quale può essere esercitato il diritto oggetto del contratto e la data a partire dalla quale l’acquirente può esercitare tale diritto ”, non essendo sufficiente limitarsi a parlare, come nella specie, di periodo rosso.    Donde la nullità del negozio. Ma a giudizio di chi scrive non solo per le citate norme del codice civile, ma anche perché siamo al cospetto di elementi richiesti dall’3 d.lgs. cit.  (oggi art. 71 Codice del consumo) sotto pena di tale sanzione. Invero, come è stato esattamente osservato dalla dottrina2, siamo al cospetto di requisiti che il contratto deve avere ai fini della sua validità a migliorare tutela della posizione dell’acquirente.

Del resto secondo la giurisprudenza prevalente3: “ La totale assenza di tutti tali elementi non può determinare, come ritenuto invece dal Tribunale di Parma, con la pronuncia del 14 luglio 2003 (allo stato inedita), solo la facoltà di recesso dell’acquirente, ma come ritenuto anche dal Tribunale di Roma, con l’ordinanza del 22 luglio 2003, leggibile nella rivista I contratti, 2004, pg. 294, anche la radicale nullità del contratto. E’ vero, infatti, che il decreto legislativo n° 427 del 1998 sanzione con la nullità solo la carenza della forma scritta, ma “l’omessa indicazione va parificata, quoad effectum , all’indicazione incompleta, circonvoluta o incomprensibile”. L’obbligo della forma scritta è rivolta ad assicurare all’acquirente una piena consapevolezza del proprio operato, tale onere di forma non è rispettato quando nella scrittura non siano adoperati termini o frasi che siano chiaramente intelligibili ”.   Per il Tribunale di Firenze, come per quelli di Roma, Verona, Trieste, oggi anche quello di Parma, che è andato contro se stesso, e pure per la Corte d’appello di Bologna  il contratto deve ritenersi nullo non soltanto quando sia stato stipulato oralmente, ma anche nel caso in cui non contenga quanto prescritto dalla legge, perché il consumatore possa sapere cosa “compra”  e in quali giorni potrà esercitare il suo diritto .   L’annotata sentenza nulla dice, invece, relativamente ai contratti di finanziamento che normalmente si collegano a quelli di timesharing. Il che dipende dal fatto che a quei consumatori era stato respinto il finanziamento e si erano visti costretti a consegnare cambiali. Con l’effetto che oggi a causa del fallimento della società venditrice  – grazie all’intervento della Confconsumatori ormai falliscono tutte – non otterranno la restituzione né di quanto hanno versato a rate per l’acquisto, né delle spese giudiziarie corrisposte da loro a causa della soccombenza .

Vista la durata del processo, iniziato nel 2002, ciò costituisce sicuramente un motivo per chiedere l’indennizzo allo Stato secondo quanto previsto dalla legge Pinto (legge n. 89/2001) .

avv. Giovanni Franchi


1 V. Trib. Trieste 3 luglio 2007 con nota di Franchi, Nullità del contratto di time-sharing, contratto di finanziamento e collegamento funzionale in sito Agit 2007. Cfr. anche Trib. Verona 29 gennaio 2007 e Trib. Trieste 17 settembre 2007 entrambe citate da Franchi – Carbone, in Codice del consumo. Commentario del d.lgs. 6 settembre 2005 n. 206 a cura di Tripodi-Belli,  Santarcangelo di Romagna 2008, 449; Trib. Parma 10 luglio 2008 con nota di Franchi, Ancora una   vittoria dei consumatori contro le società di time-sharing, in in sito Agit 2008. V.anche Trib. Torinio 2 aprile 2009 ined. e Trib. Parma 15 gennaio 2009 con nota di Franchi, Ancora una vittoria dei consumatori contro le società di time-sharing e di credito al consumo, in in sito Agit 2009.

2 Cfr. Caselli, La Multiproprietà, 1999, Milano, 25

3 Trib. Firenze 2 aprile 200. In questo senso anche Trib. Verona 5 ottobre 2007; Trib. Triest