Parma, 14 luglio 2003 – Finalmente una sentenza in una materia nota purtroppo a diversi, troppi consumatori, che ogni giorno vengono invitati da rappresentanti di società praticanti il c.d. time-share – ossia la vendita di multiproprietà affiliate a circuiti di scambio -, aventi normalmente sede nel padovano o nel torinese. Questi, più in particolare, i fatti sui quali si è pronunciato il Tribunale di Parma accaduti all’attore.

E’ capitato, per la precisione, a quest’ultimo, nel marzo 2001, di venire invitato telefonicamente dai rappresentanti di certa "Le Voyage s.r.l." a recarsi il giorno 18.3.01 in un albergo di Parma, l’ex Baglioni, perché, a loro dire, egli sarebbe stato prescelto per trascorrere con la moglie una vacanza gratuita di una settimana . E’ capitato che, arrivato il giorno fissato nel luogo indicato, fu detto a lui e alle altre numerose persone lì presenti per lo stesso motivo, che, in realtà, essi erano stati chiamati per la presentazione della seguente offerta: la possibilità di acquistare per la complessiva somma di £. 23.000.000 (corrispondenti a euro 11.878,51) il diritto di godimento a tempo parziale di quote di unità abitative del Residence denominato "Mwembe Resort" sito in Malindi (Kenya), cioè a dire il diritto esclusivo, ereditabile, vendibile o cedibile, affiliato al circuito di scambi R.C.I., di occupare, godere e utilizzare in via piena ed esclusiva nel "periodo rosso" una suite con quattro posto letto di tale complesso immobiliare. Che, avendo egli manifestato un certo interesse per l’offerta, gli fu fatto sottoscrivere un documento, con la falsa dichiarazione che si trattava soltanto di un atto necessario per avere la sicurezza di un appuntamento a casa. Che il giorno successivo un preteso rappresentante della "Le Voyage s.r.l." si recò presso la sua residenza, dicendo a lui, inconsapevole della circostanza, ch’egli aveva firmato una proposta d’acquisto e che il recesso gli sarebbe "costato" una somma pari circa a £. 5.000.000. Che, convinto a non recedere, anche con l’assicurazione che dopo dodici mesi egli avrebbe potuto cedere il proprio diritto, che sarebbe stato ricomprato dalla stessa "Le Voyage s.r.l.", il consumatore versò una caparra di £. 300.000, accettata dall’incaricato della "Le Voyage s.r.l." Che, di lì a poco l’attore versò il saldo, oltre ad altre pretese spese ammontanti a £. 650.000 (euro 335,70): il tutto per complessivi euro 12.214,18.

A fronte di tali circostanze, il consumatore, dopo essersi recato alla Confconsumatori ed essere stato consigliato, vista l’impossibilità di trovare una soluzione transattiva con la "Le Voyage s.r.l.", di adire le vie legali, ha chiesto al Giudice:

– in via principale, di dichiarare ex artt. 3 e 7, comma 3, d.lgs. 9 novembre 1998 n. 427 la nullità del contratto da lui sottoscritto, stante la mancanza degli elementi indicati nell’art. 3 d.lgs. cit.; – in subordine, di pronunciare l’annullamento di tale contratto a norma dell’art. 1439 c.c.; – in ulteriore subordine, di pronunciare ex art. 1453 c.c. la risoluzione dello stesso, stante il grave inadempimento consistito nel mancato trasferimento della quota acquistata mediante atto pubblico; – comunque, di dichiarare tenuta e condannare la convenuta alla restituzione in favore dell’attore della complessiva somma di euro 12.214.,18, oltre interessi legali nel frattempo maturati.

Il Tribunale, dopo aver respinto la domanda di nullità, ha accolto quella di annullamento perché al consumatore sarebbe stato dolosamente impedito di recedere dal contratto, con la falsa affermazione che il recesso comportava una spesa di £. 5.000.000, ed ha di conseguenza condannato la venditrice alla restituzione di euro 12.033,45, oltre interessi e spese. Il che soddisfa, lasciando al contempo insoddisfatto chi scrive.

La sentenza è infatti sicuramente soddisfacente per quanto attiene la declaratoria di annullamento, in considerazione del sistema utilizzato per convincere il consumatore a non recedere dal contratto, un contratto oltretutto fatto firmare in un salone alla presenza di moltissime persone con la falsa dichiarazione che si trattava di un atto necessario soltanto per avere la sicurezza di un appuntamento a casa. Evidente, invero, il dolo della società convenuta, per avere i suoi incaricati, del fatto dei quali essa risponde a norma dell’art. 1228 c.c., detto una menzogna, cioè che il recesso avrebbe comportato un notevole esborso. Scoperta menzogna, questa, perché ai sensi dell’art. 5, comma 1, d.lgs. cit. in caso di recesso "l’acquirente non è tenuto a pagare alcuna penalità e deve rimborsare al venditore solo le spese sostenute e documentate per la conclusione del contratto e di cui è fatta menzione nello stesso, purché si tratti di spese relative ad atti da espletare tassativamente dello scadere del periodo di recesso". Delle medesime, invece, nulla si diceva nel documento firmato dall’attore.

Vi era peraltro anche un’altra ragione per annullare il contratto a norma dell’art. 1439 del codice civile : il consumatore era stato invitato col pretesto – vero o falso poco importa! – di essere stato prescelto con la moglie per trascorrere una vacanza gratuita di una settimana. La qual cosa ha indotto la Confconsumatori a denunziare il fatto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale nell’adunanza del 22 agosto 2002 "ha ritenuto che nella fattispecie segnalata possano riscontrarsi gli estremi di una inottemperanza al provvedimento adottato in data 23 marzo 2000, nei confronti della medesima società (PI/2744)… Infatti, la fattispecie da ultimo segnalata presenta analogie con quella oggetto del provvedimento dell’Autorità sopra menzionato", decidendo di inoltrare "la denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma". Decisione, questa, conforme a tante altre emesse nei confronti di diverse società, come ad es. quella del 31.5.01 nei confronti di "V & V Viaggi e Vacanze s.r.l.", nella quale si legge: "I messaggi telefonici in esame, alla luce delle dichiarazioni espresse dal segnalante, inducono il destinatario a ritenere di avere ricevuto in regalo una vacanza senza alcun tipo di onere o condizione annessa alla fruizione della stessa. I messaggi lasciano, infatti, intendere che, l’assegnatario contattato telefonicamente, recandosi in una data concordata nel luogo indicato dall’operatore, potrà ritirare l’omaggio promesso. Dalle risultanze istruttorie è, al contrario, emerso che gli incontri promossi con i consumatori al dichiarato fine di consegna dell’omaggio hanno, in realtà, lo scopo principale di indurre gli intervenuti alla sottoscrizione contestuale o di poco differita, di contratti per l’acquisto di quote di immobili in multiproprietà… Nel caso di specie, pertanto, la diretta e reale finalità dell’iniziativa in questione, che è rappresentata dalla promozione della vendita di quote di immobili in multiproprietà, non risulta esplicitata dai messaggi ed in alcun modo riconoscibile come tale, ponendosi in tal modo in contrasto con la normativa di cui all’art. 4, comma 1, del Decreto Legislativo n. 74/92. In tale contesto, la circostanza per cui durante gli incontri l’omaggio prospettato sia stato effettivamente consegnato non è sufficiente a sanare l’ingannevolezza dei messaggi in esame che restano idonei ad ingenerare nel destinatario aspettative che, di fatto, non vengono soddisfatte… è evidente, però, che sussista, in ogni caso, un onere a carico del destinatario del messaggio di recarsi a ritirare la documentazione relativa all’omaggio nel medesimo luogo e negli stessi orari in cui si svolge non solo la presentazione dei prodotti-quote in multiproprietà della società committente, ma anche la contestuale commercializzazione degli stessi. Peraltro, si rileva che il testo della telefonata… non riporta alcun riferimento a qualsivoglia proposta contrattuale in realtà formulata nei confronti degli intervenuti al momento dell’incontro per il ritiro dell’omaggio. Alla stregua di tutti i rilievi che precedono, dunque, i messaggi segnalati appaiono idonei ad ingenerare confusione e ad indurre in errore i destinatari. I messaggi in esame risultano, infine, idonei anche a pregiudicare il comportamento economico dei destinatari, in quanto gli stessi ingenerano false aspettative in relazione alla partecipazione all’incontro prefissato per la consegna dell’omaggio, con particolare riguardo alla ignorata formulazione di proposte contrattuali che possono orientare le scelte dei destinatari".

Siamo, insomma, in presenza di una pubblicità ingannevole , come tale idonea ad indurre in errore un consumatore quale, nel caso nostro, l’attore. Egli, infatti, fu convinto a recarsi presso un albergo cittadino, dove avrebbe poi firmato il contratto in questione, perché credeva di andar lì solo per ritirare il premio, mentre invece si trattava del mezzo, ingannevole, per convincerlo ad assistere alla promozione ed alla vendita di quella forma di multiproprietà. Donde la ricorrenza nella specie di un tipico caso di dolo determinante, causa, come tale, di annullamento del contratto ex art. 1439, comma 1, c.c. La circostanza che l’Autorità garante abbia ritenuto tale quel messaggio rappresenta, del resto, una prova incontestabile del carattere fraudolento del messaggio. Trovasi, invero, affermato in giurisprudenza: "La decisione con cui l’Autorità garante della concorrenza abbia giudicato ingannevole la campagna pubblicitaria di un professionista costituisce elemento indiziario idoneo a far presumere l’induzione in errore del consumatore ai fini dell’annullamento del contratto stipulato a seguito di tale campagna pubblicitaria" (Pret. Bologna 8 aprile 1997, in Giust. civ. 1998, I, 879).

Ma la sentenza del Tribunale non soddisfa completamente non perché non si è occupata anche di tale circostanza. Vi erano infatti altri motivi che giustificavano la pronuncia di annullamento. La decisione non è invece del tutto convincente per il rigetto della prima domanda di nullità spiegata dall’attore . Il contratto in parola, come altri analoghi fatti firmare ai consumatori, non conteneva, infatti, la maggior parte degli elementi richiesti a pena di nullità dall’art. 3 d.lgs. cit., ed in particolare: a) quelli indicati nell’art. 2, comma 1, tra i quali "il diritto oggetto del contratto, con specificazione della natura e delle condizioni di esercizio di tale diritto nello Stato in cui è situato l’immobile…", "la descrizione dell’immobile e la sua ubicazione" e così via. Elementi la necessità dei quali emerge dal secondo comma dell’art. 3, richiedendo lo stesso che il contratto contenga, tra le altre cose, anche quanto prescritto dal precedente art. 2, comma 1. E non vi è dubbio ch’essi difettassero nei documenti consegnati all’acquirente, parlandosi negli stessi unicamente di un certo complesso "Turistico Residenziale denominato "Mwembe Resort" sito in Malindi – Kenya…"; b) "il periodo di tempo durante il quale può essere esercitato il diritto oggetto del contratto e la data a partire dalla quale l’acquirente può esercitare tale diritto", non essendo sufficiente limitarsi a parlare, come nella specie, di periodo stagionale rosso.

Per quanto riguarda tale ultima circostanza anche il Tribunale, per la verità, ha ritenuto che "nella detta dizione non si riesca ad identificare la settimana dell’anno in cui può essere esercitato il diritto di utilizzazione dell’unità abitativa". Per l’adìto Giudice "deve peraltro escludersi che il suddetto difetto integri ipotesi di nullità del contratto, tenuto conto del fatto che la mancanza di indicazione del periodo consente all’acquirente di recedere dallo stesso entro tre mesi dalla conclusione (art. 5, comma 2) senza essere tenuto ad alcuna penalità né ad alcun rimborso". Tale opinione non ci trova tuttavia d’accordo, essendosi al cospetto per il menzionato art. 3 di un requisito del contratto, che il medesimo deve avere ai fini della sua validità a migliore tutela della posizione dell’acquirente.

Resta comunque il fatto che, ove fosse corretta la tesi del Tribunale, visto che in tutti i contratti della specie si parla di "periodo rosso", bisognerebbe allora concludere che i consumatori possono sempre recedere entro tre mesi dalla sottoscrizione senza corrispondere alcunché. Ciò, insieme al fatto che, comunque, è stata ampiamente riconosciuta la facoltà per l’acquirente di chiedere l’annullamento del contratto, ci induce a ritenere che forse siamo ormai, grazie al cielo!, arrivati al termine di una vera e propria persecuzione consumeristica: l’invito a presentarsi presso un hotel della città quali vincitori di una vacanza gratuita, con l’intenzione di vendere settimane di time-share, collegata ad inesistenti circuiti di scambio.

Per concludere sull’argomento, merita ricordare che oggi si viene indotti all’acquisto anche con un’altra promessa: quella di poter affittare la settimana alla stessa società venditrice al prezzo annuale di circa 1.500,00 euro. Il consumatore pensa così di essere in grado onorare il mutuo, che viene quasi sempre indotto a sottoscrivere, col canone gli verrà corrisposto. Attenzione: è raro che la società, dopo la firma, paghi e sia in grado di farlo. Pendono infatti diverse cause promosse da nostri associati anche a causa dell’inadempimento della venditrice.

Avv. Giovanni Franchi

Leggi qui il testo della sentenza