Parma, 25 febbraio 2011 – Confconsumatori ha ottenuto un’importantissima sentenza del 17 gennaio 2011, emessa Tribunale di Parma relativamente alle rette di ricovero nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) a carico dei parenti degli anziani .

Al figlio di un’anziana era stato chiesto, con un decreto ingiuntivo dall’Azienda USL 1 di Massa Carrara, il pagamento della rette maturate durante il ricovero della madre in una casa protetta dal 2/9/97 fino al decesso della stessa in data 5/7/03. Era emerso, infatti, che l’anziana ricoverata non era in grado di coprire le spese di ricovero, ammontanti a complessivi € 59.436,37. Da qui il decreto ingiuntivo nei confronti del figlio, anche sulla base di una dichiarazione scritta con la quale il medesimo si era impegnato al pagamento della retta mensile.

Il Tribunale in motivazione ha affermato:

• che le disposizioni in materia (art. 2, comma 6, D.Lvo 31 marzo 1998 n. 109, così come introdotto dall’l’art. 2 D.Lvo n. 130/00) non fanno venir meno l’obbligo previsto dall’art. 433 c.c. a carico dei parenti di prestare gli alimenti in favore del famigliare che versa in stati di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento;

• che l’ente erogatore del servizio assistenziale non può agire ex artt. 433 e 438 c.c. nei confronti del componente il nucleo familiare del richiedente la prestazione sociale agevolata;

• che le disposizioni delle leggi regionali (nel caso la L.R. Toscana n. 72 del 3 ottobre 1997 vigente in quel periodo) devono essere interpretate in conformità alla legge statale che disciplina la materia.

Per il Tribunale, in altre parole, il fatto che il parente dell’anziano sia tenuto agli alimenti, qualora questi versi in stato di bisogno, non consente all’ente pubblico di surrogarsi al parente ricoverato per agire nei confronti del figlio o del nipote .   Il Tribunale ha, inoltre, stabilito che quando, come spesso accade e come si era verificato in quel caso, al parente (figlio o nipote) viene  imposta la sottoscrizione di un documento con l’obbligo di versare in proprio la retta, la medesima deve essere interpretata come semplice richiesta di ricovero dell’anziano .

avv. Giovanni Franchi

“ Sono ormai anni che ci occupiamo della questione – dichiara l’avv. Franchi legale di Confconsumatori che ha tutelato in giudizio l’interessato – e finalmente un Tribunale civile ha riconosciuto la tesi dell’associazione e ha revocato il decreto ingiuntivo chiesto ed ottenuto contro i parenti di un anziano per il pagamento delle rette di ricovero".

"È di particolare rilevanza – continua l’avv. Franchi – il fatto che la dichiarazione che gli enti erogatori il servizio continuano a far firmare ai parenti dell’anziano, quale condizione per il suo ricovero, sia stata interpretata in senso lato e non come assunzione dell’obbligo di provvedere al pagamento della retta ”.

Anche sulla base di una precedente sentenza del Tribunale di Ferrara e della Cassazione Confconsumatori invita, comunque, i parenti delle persone anziane, che si sono obbligate in proprio a corrispondere la retta di ricovero, ad inviare una lettera di recesso per sospendere i relativi pagamenti.

Scarica la sentenza del Tribunale di Parma cliccando QUI .

Guarda il servizio andato in onda su TV PARMA cliccando l’immagine qui sotto:

ARTICOLO DI APPROFONDIMENTO Anche per la giurisprudenza i Comuni non possono
più pretendere che i familiari degli anziani provvedano al pagamento delle rette di ricovero delle RSA

Per lungo tempo abbiamo detto e ripetuto che sulla base delle leggi in materia i Comuni non possono chiedere ai parenti dei soggetti con handicap grave e degli ultrasessantacinquenni non autosufficienti il pagamento di contributi per il ricovero dei medesimi.

Finalmente anche la giurisprudenza si è pronunciata al riguardo.  Secondo il Tribunale di Parma1 la normativa in materia  esclude che l’ente erogatore in servizio a favore dell’anziano possa surrogarsi a quest’ultimo  e pretendere il diritti alimentari previsti dal codice civile in favore delle persone che versano in stato di bisogno.

La sentenza è incontestabile, perché le disposizioni in materia sono  di cristallina chiarezza nell’escludere tale possibilità. Invero, l’art. 23 della legge n. 328/2000, "Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali", stabilisce che la verifica delle condizioni economiche del richiedente, ai fini dell’accesso ai servizi di assistenza disciplinati dalla medesima, vada effettuata secondo le disposizioni previste dal decreto legislativo 31 marzo 1998 n. 109, come modificato dal successivo decreto legislativo 3 maggio 2000 n. 130. E per l’art. 3, comma 2 ter, di tale provvedimento, per tutte le prestazioni sociali da erogarsi a favore degli anziani ultrasessantacinquenni e delle persone con handicap gravi si deve fare riferimento solo ed esclusivamente alla loro situazione economica.

Allo scopo di evitare ogni equivoco, il legislatore nell’art. 2, comma 6, di tale ultimo decreto legislativo ha poi precisato che le disposizioni del medesimo non modificano la disciplina relativa ai soggetti tenuti agli alimenti, e non possono essere interpretate nel senso dell’attribuzione agli enti erogatori dei diritti alimentari spettanti al richiedente le prestazioni sociali in parola nei confronti dei componenti del nucleo familiare.

Nessuna rilevanza può, d’altra parte, essere attribuita al fatto, al quale sembrano dare invece notevole importanza alcuni amministratori, che il governo non abbia ancora emanato il decreto previsto dai due menzionati provvedimenti. Trattasi, infatti, di un atto amministrativo che non può apportare alcuna modifica alle norme contenute nei medesimi che hanno, per contro, valore di legge.
Va inoltre osservato che il decreto amministrativo di cui sopra ha lo scopo di "favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza", e non potrà, di conseguenza, porre limitazioni o interferire su una disposizione di legge relativa all’obbligo di prendere in considerazione la "situazione economica del solo assistito". Senza dire che la sua emanazione non è oggi più necessaria, dal momento che la legge quadro di riforma dell’assistenza n. 328/2000, varata dopo l’approvazione dei citati decreti legislativi, fornisce tutte le indicazioni occorrenti per la realizzazione del previsto sistema integrato di interventi e servizi sociali, nonché per la valorizzazione e il sostegno delle responsabilità familiari, comprese quelle dirette "a favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza".
Insomma, la legge è chiarissima nell’escludere che i c.d. "obbligati per legge", cioè i parenti fino al quarto grado, siano tenuti al pagamento delle rette a carico dei loro congiunti con handicap gravi o ultrasessantacinquenni non autosufficienti, che vivono nelle Residenze Sanitarie Assistenziali. In questo senso, del resto, si sono già espressi, oltre ai Comuni di Milano e di Torino con apposite deliberazioni, anche il TAR della Regione Sicilia2, quello della Toscana3 e quello della Lombardia4 a cui si è adeguato quello delle Marche5 in una sentenza relativa a persona con handicap grave, ma applicabile, trattandosi della medesima legge, anche gli anziani . Si legge, infatti, in motivazione: “Rilevata la conseguente illegittimità dell’art. 11 del Regolamento adottato  con delibera n. 21 del 27 giugno 2006, nella parte in cui, per la determinazione delle varie fasce di reddito ivi previste, non è stato prescritto  che, ai fini della determinazione delle modalità di contribuzione al costo delle prestazioni, bisogna tenere conto della situazione economica del solo assistito, e non della situazione reddituale  del nucleo familiare dell’utente “. In altre parole, anche la giurisprudenza – quella che fino ad oggi si è pronunciata sulla nuova normativa – è univoca nell’affermare che solo l’anziano, come le persone con handicap gravi, è tenuto al versamento delle somme dovute a titolo di retta.
 
Analogo è il parere dei difensori civici chiamati ad esprimere la loro opinione in materia. Quelli della regione Campania, del Piemonte, delle Marche, dei Comuni di Scandicci, Ferrara ed altri. Meritevole di menzione è la decisione del difensore civico della Regione Campania in data 3 dicembre 2002 citato da Francesco Santanera6: “Visto il ricorso  n. 658/02 del Comitato per la difesa  dei diritti degli assistiti di Torino, constatato che in tale ricorso il Comitato per la difesa dei diritti degli assistiti  di Torino ha evidenziato che nei Comuni cella Campania gli enti erogatori di assistenza richiedono il pagamento delle spese di assistenza, fra cui le rette di ricovero, ai parenti degli anziani ultrassessantascinquenni; constatato che il soggetto privo di mezzi può certamente rivolgersi ai parenti  per la prestazione degli alimenti  ai sensi degli articoli 433 del codice civile e seguenti ma si tratta di un rapporto privato in cui non è possibile sostituzione; constatato che dal carattere della prestazione alimentare ne deriva automaticamente la non legittimazione dell’ente locale nel richiedere il pagamento; constato che, poiché  negli anni passati sono emerse cattive interpretazioni, è intervenuto il decreto legislativo 3 maggio 2000 n. 130, evidenziando che le norme in materia di prestazioni sociali agevolate “non possono essere interpretate nel senso  dell’attribuzione agli enti erogatori della facoltà di cui all’art. 438 del codice civile, primo comma, nei confronti dei componenti il nucleo familiare dei richiedenti le prestazioni agevolare”; constatato che, allo stato, non v’è dubbio che gli enti non hanno facoltà di richiedere ai parenti il pagamento delle prestazioni assistenziali ed in particolare delle rette di ricovero; constatato che gli enti erogatori, nonostante la palese interpretazione  autentica del legislatore, persistono in una cattiva prassi e che argomentano pretestuosamente  che, poiché le disposizioni  del decreto 130/2000 si applicano nei limiti stabiliti da un venturo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, l’esclusione della possibilità di richiedere ai parenti dei ricoverati  il pagamento delle rette avverrebbe solo con tale emanando decreto; ritenuta infondata tale ricostruzione sia perché, già prima dell’interpretazione chiarificatrice, doveva essere esclusa la possibilità di richiedere i pagamenti ai parenti stante la vincolatività  e la specialità della disciplina  sugli alimenti sia perché  la norma del decreto legislativo 130/2000 ha solo voluto escludere  senza dubbio la facoltà di cui si erano arrogati gli enti  senza alcun bisogno quindi di ulteriore intervento normativo; invita l’ANCI della Campania a rappresentare ai Comuni della Campania l’illegittimità a richiedere  ai parenti degli anziani ultrasessantacinquenni il pagamento delle prestazioni assistenziali e delle rette di ricovero”.
 
In materia si è pronunciato anche il difensore civico del Comune di Trento, scrivendo che “…il diritto (quello previsto dagli artt. 433 e segg. c.c.) non dovrebbe essere esercitatile in via surrogatoria da parte del Comune, trattandosi di diritto strettamente personale”.

Ad ulteriore conferma di quanto fin qui affermato ricorderemo che il Garante per la protezione dei dati personali nella Newsletter n. 276 del 12 maggio 2006 ha puntualizzato che “ai fini del riconoscimento di prestazioni sociali agevolate a persone con handicap permanente grave ed a ultrasessantacinquenni l’INPS può raccogliere soltanto le informazioni riguardanti la situazione economica dell’interessato e non quella  del nucleo familiare di appartenenza”. Lo stesso Garante (lettera del 14 febbraio 2008 prot. 2696/54767) ha segnalato al C.S.A. (Coordinamento Sanità) di aver invitato il Comune di Bologna ad informare lo stesso Garante “in ordine  alle iniziative assunte o che si intendono assumere per conformarsi alle indicazioni contenute” nella citata Newsletter. Il Garante (lettera inviata alla suddetta organizzazione il 16 gennaio 2008 prot. 1087/50319) ha avanzata analoga richiesta al Comune di Bologna.
 
Infine, il medesimo ha chiesto ai Comuni di Parma (lettera del 22.8.06 prot. 18571/48732)  e di Cologno Monzese (lettera del 18 dicembre 2007 prot. 21198/55024) che “le informazioni che possono essere acquisite, devono riguardare la situazione economica del solo assistito e non anche quelle del nucleo familiare di appartenenza”.

Ciò detto, deve peraltro osservarsi che gli enti pubblici, per sottrarsi all’imperio della legge, impongono ai figli o ai nipoti dell’anziano la sottoscrizione di un documento, contenente il suo obbligo di versare in proprio la retta a carico dello stesso, dicendo che, diversamente, non vi sarebbe alcuna possibilità per il ricovero.

Come interpretare, allora, tale dichiarazione? Per il Tribunale di Parma la stessa non può essere qualificata come un semplice accollo, ma soltanto come una richiesta di ricovero del congiunto.

Forse più chiaro il Tribunale di  il Tribunale di Ferrara nella citata sentenza 6 maggio 2009 n. 1119, per il quale è la Cassazione a risolvere la questione. La Suprema Corte  ha, infatti, statuito che in casi come il nostro siamo di fronte ad una promessa unilaterale, la quale perde efficacia in seguito al recesso dell’obbligato..

Tralasciando la questione posta dal Tribunale di Parma, se si tratti o meno dell’assunzione in proprio dell’obbligo – allo stesso può comunque porsi rimedio mediante una semplice disdetta  – la  sentenza riveste particolare importanza, perché è la prima ad avere escluso la possibilità per gli enti pubblici di invocare le norme di cui agli artt. 433 e segg. c.c..

Circa l’eventuale impegno sottoscritto di provvedere al pagamento delle rette di ricovero, già si è detto che per il Tribunale di parma lo stesso deve essere interpretato in senso lato, come richiesta di ricovero e non come assunzione di un obbligazione. Meglio, comunque inviare la disdetta secondo il dettato della S.C. E non temano i figli e i nipoti degli anziani di farlo, anche se il parente anziano è ricoverato da molto tempo: servirà a non pagare più per il futuro, senza che ci si debba preoccupare che il genitore o il nonno venga rimandato a casa, costituendo la relativa attività (il soccorso e la cura degli anziani) un compito a cui gli enti pubblici territoriali sono tenuti per legge.

Dopo di che il Comune non potrà certo imporre al parente di farsi carico della retta sulla base delle norme civilistiche, perché, come detto,  le disposizioni in materia sono infatti di cristallina chiarezza nell’escludere tale possibilità.

Queste considerazioni ci portano a ritenere che, come detto, il familiare debba immediatamente recedere dal proprio impegno di contribuire al pagamento della retta di ricovero. Non è escluso che dopo il Comune chieda il pagamento con un decreto ingiuntivo. Ma sappiano gli amministratori locali che il Tribunale di Parma, ha chiaramente affermato che nulla può essere richiesto al figlio o al nipote.

avv. Giovanni Franchi


1 Trib. Parma 17 gennaio 2011 n. 46. Così anche sia pure in un obiter dictum  Trib. Ferrara 6 maggio 2009 n. 1119
2 T.A.R. Sicilia, Sezione di Catania, 11 gennaio 2007
3 T.A.R. Toscana, Sezione Firenze, 16 gennaio 2008; Id., Sezione II, 17 novembre 2008
4 T.A.R. Lombardia 7 febbraio 2008 n. 291; Id., Sez. Brescia, 22 settembre 2008; Id. 10 settembre 2008
5 T.A.R. Marche 19 settembre 2007
6 Santanera, Continua l’imposizione illegittima di contributi economici ai congiunti dei soggetti con handicap grave e degli ltrasessantacinquenni non autosufficienti, in Prospettive Assistenziali, Gennaio-Marzo 2003, 5 e segg. Conforme: Dogliotti, Ancora sul pagamento delle rette di ricovero a carico dei parenti: errare humanum est, perseverare diabolicum, ivi Aprile-Giugno 2002, 11 esegg.