Per lungo tempo abbiamo detto e ripetuto che sulla base delle leggi in materia i Comuni non possono chiedere ai parenti dei soggetti con handicap grave e degli ultrasessantacinquenni non autosufficienti il pagamento di contributi per il ricovero dei medesimi.

Finalmente anche la giurisprudenza, con una sentenza solo all’apparenza negativa, si è pronunciata in materia.  Secondo il Tribunale di Ferrara1  “una serie di normative statali (tra le più importanti la legge 8 novembre 2000 n. 328, intitolata “Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”),  ha previsto un articolato sistema integrato “di interventi e servizi sociali in favore di situazioni di disabilità, di bisogno e di disagio individuale e familiare, derivanti da inadeguatezza di reddito, difficoltà sociali e condizioni di non autonomia” affidato in gran parte agli enti pubblici territoriali.

In questo contesto l’art. 6 del decreto legislativo 3.5.00 n. 130, stabilisce che “Le disposizioni del presente decreto non modificano la disciplina relativa ai soggetti tenuti alla prestazione degli alimenti ai sensi dell’art. 433 del codice civile e non possono essere interpretate nel senso dell’attribuzione agli enti erogatori delle facoltà di cui all’art. 438, primo comma, del codice civile nei confronti dei componenti il nucleo familiare del richiedente la prestazione sociale agevolata”.

E Per il Tribunale di Ferrara tale articolo chiaramente afferma:

• che queste le disposizioni normative “non fanno venir meno l’obbligo previsto dall’art. 433 c,.c,. a carico dei soggetti ivi indicati di prestare gli alimenti in favore del parente o dell’affine che versa in stati di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento”;

• che “l’ente erogatore del servizio assistenziale non può agire ex artt. 433 e 438 c.c. nei confronti del componente il nucleo familiare del richiedente la prestazione sociale agevolata”.

Ma che cosa aveva fatto nella specie l’ente pubblico per sottrarsi all’imperio della legge? Aveva imposto alla figlia, come sempre fanno i Comuni in questi casi, la sottoscrizione di un documento, contenente il suo obbligo di versare in proprio la retta della madre dicendole che, diversamente, non vi sarebbe alcuna possibilità per il ricovero dell’anziano. Sebbene il medesimo non fosse autosufficiente.

Come si sarebbe, allora, dovuta comportare l’attrice? Per il Tribunale di Ferrara è la Cassazione a risolvere la questione. La Suprema Corte2 ha, infatti, statuito che in casi come il nostro, siamo di fronte ad una promessa unilaterale, la quale perde efficacia in seguito al recesso dell’obbligato. E proprio questo per l’adìto giudice avrebbe dovuto fare l’attrice: recedere, inviando una formale disdetta.

Secondo il Tribunale del recesso non vi era, peraltro, traccia in atti. Di qui la sua decisione di respingere la domanda e di compensare tra le parti le spese di lite. Tralasciando il caso particolare – della ricorrenza della disdetta se ne occuperanno i giudici d’appello – la  sentenza riveste particolare importanza, perché è la prima ad avere escluso la possibilità per gli enti pubblici di invocare le norme di cui agli artt. 433 e segg. c.c. ed, al contempo, ad avere stabilito che i parenti possono recedere dall’impegno assunto di contribuire al pagamento della retta di ricovero degli anziani.

Non temano, quindi, i figli e i nipoti degli anziani ricoverati in RSA pubbliche di inviare la disdetta e ciò anche se il parente anziano è ricoverato da molto tempo: servirà a non pagare più per il futuro, senza che ci si debba preoccupare che il genitore o il nonno venga rimandato a casa, costituendo la relativa attività (il soccorso e la cura degli anziani) un compito a cui gli enti pubblici territoriali sono tenuti per legge.

Dopo di che il Comune non potrà certo imporre al parente di farsi carico della retta sulla base delle norme civilistiche, perché, come detto,  le disposizioni in materia sono infatti di cristallina chiarezza nell’escludere tale possibilità.

Queste considerazioni ci portano a ritenere che, come detto, il familiare debba immediatamente recedere dal proprio impegno di contribuire al pagamento della retta di ricovero. Non è escluso che dopo il Comune chieda il pagamento con un decreto ingiuntivo. Ma sappiano gli amministratori locali che il Tribunale di Ferrara ha chiaramente affermato che, in caso di disdetta, dall’impegno assunto, nulla può essere più richiesto al figlio o al nipote.

avv. Giovanni Franchi Confconsumatori Parma

CLICCA QUI IL TESTO DELLA SENTENZA


NOTE

  1Trib. Ferrara 6 maggio 2009 n. 1119  

 2 Cass. N. 26863/08