Come noto, quando si stipula con una società erogatrice di gas, acqua o energia elettrica il relativo contratto, la stessa chiede il versamento si una somma a titolo di acconto e garanzia. E quando, magari dopo molti anni, si decide ci cambiare fornitore o, comunque, di sciogliere il rapporto, l’importo viene restituito senza la corresponsione di interessi.

Ma è lecito questo comportamento? La risposta non può essere che negativa. Invero, la disponibilità nel tempo di quattrini altrui comporta un vantaggio che impone una controprestazione. In un’economia di mercato il denaro è un bene fruttifero e nessuno ne può essere privato se da ciò non consegue un suo vantaggio. Questo, ovviamente, sempre che non si sia di fronte ad un fine liberale, ossia ad una donazione.

È, allora, del tutto illogico ritenere che la società erogatrice del servizio possa trattenere l’importo, richiesto al momento dell’accensione del contratto di utenza a titolo di anticipo sui consumi, sulla base di un proprio regolamento o di una clausola inserita nel documento fatto sottoscrivere all’utente.

La medesima, escludendo il diritto del consumatore di chiedere gli interessi nel frattempo maturati, è, infatti, del tutto arbitraria. Evidente, invero, il macroscopico squilibrio che ne deriva, se si tiene presente che l’utente si trova a dover firmare un documento, senza poterlo discutere o modificare, in quanto l’erogazione del servizio avviene in regime di monopolio o oligopolio.

Il consumatore, in altre parole, se vuole ricevere il servizio, avente ad oggetto beni essenziali quali l’acqua, la luce e il gas, deve accettare tutte le clausole impostegli. Trattasi di un vero e proprio “prendere o lasciare”, che comporta la vessatorietà della clausola in parola.

Riassumendo: se il contratto di fornitura prevede, come sempre accade, il versamento di una somma di denaro a titolo di acconto o garanzia, siamo al cospetto del c.d. pegno irregolare; figura che comporta che alla cessazione del rapporto la stessa debba essere restituita maggiorata degli interessi legali nel frattempo maturati. E ciò anche se il pagamento degli stessi è escluso da una clausola contrattuale.

La medesima deve, infatti, considerarsi vessatoria a norma degli artt. 33 e segg., quindi nulla e priva di effetto. In questo senso si è, del resto, espressa la giurisprudenza, più in paricolare con sentenza del 18 settembre 2008 il Giudice di pace di Velletri, condannando la società erogatrice del gas della zona alla restituzione degli interessi maturati a far tempo dal 31.3.90 su € 34,40, ossia € 33,90.

Ci rendiamo conto che si tratta di un importo modesto. Ma perché lasciare a queste società somme che, complessivamente considerate, ossia conteggiate tenendo conto del numero di coloro che le hanno versate,nel loro complesso, sono non risibili, ma elevatissime? Si pensi a quanti sono i fruitori in una stessa città!

Che fare allora? Gli interessati potranno rivolgersi agli uffici territoriali della Confconsumatori, i quali scriveranno una lettera e in caso di risposta negativa adiranno il Giudice di pace competente per la restituzione del dovuto, come è stato fatto a Velletri.

avv.Giovanni Franchi – legale Confconsumatori

Articolo tratto dall’ archivio della rivista "Casa Mia – L’informazione del consumatore"