INDAGINE STATISTICA DELL’EURISPES IN COLLABORAZIONE CON LA COALIZIONE DEI CONSUMATORI ADICONSUM, ASSOUTENTI, CITTADINANZATTIVA, CONFCONSUMATORI, LEGA CONSUMATORI, MOVIMENTO CONSUMATORI, MOVIMENTO DIFESA DEL CITTADINO, UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI

Roma, gennaio 2003

Nella prima settimana di dicembre, duecento rilevatori, fra volontari delle associazioni dei consumatori ed esperti professionali della rete Eurispes, hanno scandagliato i mercati rionali, i negozi di alimentari, le macellerie, le rivendite di ortofrutticoli, i supermercati ed i discount alimentari di tutta Italia ed hanno misurato le variazioni dei prezzi dei prodotti alimentari così come sopportati dalle famiglie italiane, cercando anche di capire perché si è creata tanta disparità fra le cifre fornite dall’Istituto Centrale di Statistica e la percezione dell’uomo della strada.

Per ognuno dei 150 prodotti presi in esame i rivelatori dovevano registrare i prezzi applicati al momento della loro visita nel punto di vendita prescelto ma soprattutto (con una operazione delicata e difficile, che ha comportato non poche difficoltà e della quale siamo particolarmente orgogliosi) ricostruire, sulla base di testimonianze certe, i prezzi degli stessi articoli al dicembre 2001. I prezzi al 2001 dovevano essere ricavati da: listini prezzi sia quelli stampati sia quelli ancora presenti nelle memorie dei computer, scontrini e "strisciate" di spese compiute l’anno precedente, inserti pubblicitari pubblicati sui giornali e dèpliant con elenchi dei prodotti e dei prezzi, gruppi di discussione (composti dai clienti e dallo stesso venditore) davanti ai banchi dei mercati o dentro le rivendite.

Oggi, terminate le elaborazioni, che hanno richiesto alcune settimane, a causa della complessità e dell’abbondanza dei dati, sappiamo che l’aumento del costo dell’alimentazione per le famiglie italiane è stato in un anno del 29%, ben di più quindi di quel 3,8%, che secondo l’Istat sarebbe l’incremento inflattivo fra novembre 2002 e novembre 2001 per la voce "Prodotti alimentari e bevande analcoliche" (i dati di dicembre non sono ancora stati diffusi).

La differenza è così grande che ci si è interrogati se essa non dipendesse dalle diverse metodologie di calcolo, dal momento che l’Eurispes lavora sulla media delle variazioni dei singoli prezzi, mentre l’Istat sulle variazioni dei prezzi medi. Abbiamo quindi calcolato l’aumento dei prezzi utilizzando la metodologia Istat ed in effetti la variazione risulta molto più contenuta e pari a +13%, ma pur sempre tre volte superiore a quella denunciata dall’Istituto Centrale di Statistica. La differenza delle due metodologie non è soltanto teorica, dal momento che con quella Eurispes misuriamo gli incrementi di prezzo degli stessi prodotti nelle stesse rivendite, con quella Istat le variazioni della spesa delle famiglie per lo stesso insieme di beni. È evidente che l’Eurispes non ha scelto a caso la propria metodologia: essa infatti dà ragione della percezione del consumatore che, a distanza di un anno, vuole comprare lo stesso prodotto nella stessa rivendita. Ragionando viceversa sui prezzi medi, con un calcolo che, se appare più corretto a chi dovrà inserire il dato in un contesto di misurazioni macroeconomiche, assorbe però implicitamente ogni possibile spostamento del consumatore da un punto vendita più caro ad uno più a buon mercato nonché da una qualità superiore ad una inferiore. In termini di spesa erogata per la stessa quantità di cibo l’incremento dei prezzi è in definitiva del 13%, ma, in termini di soddisfazione del consumatore o, se si preferisce, di economia del benessere tale incremento è del 29%. Tale lievitazione dei prezzi dei prodotti alimentari è esattamente corrispondente a quella che tutti abbiamo sperimentato andando a fare la spesa. Se ritornassimo nello stesso mercato o negli stessi negozi o nello stesso supermercato e comprassimo gli stessi prodotti di un anno fa, con lo stesso esborso il nostro carrello sarebbe più vuoto di un terzo o, simmetricamente, acquistando le stesse quantità degli stessi prodotti nelle stesse rivendite spenderemmo il 30% in più.

Non vi è dubbio che è questa l’inflazione che sopportano le famiglie, costrette o a spendere molto di più, o a ridurre la qualità della propria alimentazione o a perdere più tempo per la spesa quotidiana scegliendo rivendite più economiche, ma più scomode (e in questo caso occorrerebbe calcolare il peso dei costi e dei disagi procurati dal doversi mettere alla ricerca del prezzo più basso).

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