Ottobre 2003 – Sempre più frequenti sono le sentenze di Giudici di pace che condannano gli enti erogatori a restituire il 10% dell’aliquota Iva relativa al consumo del gas, corrisposta dal cittadino somministrato nel periodo in cui non è consentito l’uso del riscaldamento. Ciò perché – così si legge nelle loro sentenze -, in detto periodo, cioè in quell’estivo, le aziende fornitrici devono applicare non l’aliquota del 20%, ma quella del 10% .

Queste, più in particolare, le norme addotte dalla giurisprudenza e le ragioni delle ricordate decisioni: la materia risulta regolata dal d.p.r. n. 633/72, il cui art. 15 prevede oggi un’aliquota Iva ordinaria del 20%. Nell’allegato A di tale d.p.r. c’è, peraltro, un elenco tassativo di prestazioni soggette ad un’aliquota ridotta del 10%, tra le quali le erogazioni di gas per l’uso domestico di cottura cibi e produzione di acqua calda. In altre parole, come risulta ben specificato in un provvedimento del Comitato Interministeriale Prezzi (il Cip n. 37 del 26.6.86), riguardante, appunto, il metodo per la determinazione e la revisione delle tariffe del gas distribuito a mezzo rete urbana, le stesse sono strutturate su due livelli, riferiti uno "agli usi domestici T1" (cottura cibi e produzione di acqua calda) e l’altro "all’uso di riscaldamento individuale (T2)" ; livelli ai quali ineriscono due differenti aliquote Iva: quella del 10% per il primo e quella del 20% per il secondo.

Tali disposizioni, peraltro e per la verità non particolarmente chiare, inducono a chiedersi se l’aliquota Iva da porre carico dei cittadini somministrati in ipotesi di erogazioni di gas per usi domestici debba sempre essere quella ordinaria, attualmente nella misura del 20%, o non piuttosto, come affermato anche da numerosi Giudici di pace, diversa a seconda del tipo di fornitura e cioè: la prima quando la stessa sia destinata ad alimentare anche il riscaldamento, invece del 10% nei mesi estivi, nei quali il combustibile viene utilizzato esclusivamente per la cottura dei cibi e per la produzione di acqua calda.

Trattandosi di una questione particolarmente difficile da risolvere, come dimostrato dal fatto che altra parte della giurisprudenza, seppur minoritaria, si è pronunciata in altro modo, sarebbe stato necessario un intervento del legislatore. La Confconsumatori è tuttavia dell’opinione che, in assenza di tale intervento, non possa pretendersi dal consumatore che questi, quando non è permessa l’accensione del riscaldamento, paghi l’Iva prevista per tale uso. Come si legge in numerose sentenze, non può infatti dimenticarsi la legge 30 luglio 1978 n. 281, contenente la "Disciplina dei diritti dei consumatori e degli utenti", l’art. 2, comma 2, lett. e), della quale riconosce a questi ultimi il diritto "alla correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti contrattuali concernenti beni e servizi. Donde l’obbligo delle società fornitrici del servizio di informare il cliente che la semplice installazione di contatori separati avrebbe comportato un notevole risparmio, vale a dire il pagamento dell’aliquota Iva del 10% per l’uso del gas destinato alla cottura cibi e alla produzione di acqua calda; ciò oltretutto non solo per pochi mesi, ma per tutto il corso dell’anno. Con l’effetto ch’esse, come è stato affermato dai Giudici di pace, trovandosi soggette per il loro comportamento a un’interpretazione necessariamente sfavorevole a norma dell’art. 1370 c.c., sono tenute alla restituzione delle somme non dovute dal cittadino.

Per concludere, non possiamo che invitare le aziende fornitrici del servizio all’adempimento dell’obbligo a loro carico di comunicare agli utilizzatori la facoltà di installare due contatori con conseguente possibilità di corrispondere l’aliquota del 10% per la fornitura di gas destinato non a riscaldamento, ma a cottura cibi e produzione di acqua calda. Da quanto esposto discende, inoltre, a parere di chi scrive, il fatto ch’esse non possano, nei confronti di chi non opta per la doppia installazione, chiedere più del 10% nel periodo in cui non si ha uso del riscaldamento . Sempre incontestabile, infine, il diritto dei consumatori alla rifusione degli importi pagati in più entro il termine decennale di prescrizione .

Avv. Giovanni Franchi – Confconsumatori nazionale